Il mobile in legno è un elemento comune a tutte le grandi civiltà del passato: le sepolture dell’antico Egitto ci hanno restituito cofani, armadietti, sedie, sgabelli, letti, culle, utensili e sarcofagi finemente decorati: i legni utilizzati erano l’acacia, il sicomoro, il cedro e l’ulivo (importati dalla Palestina e dal Libano), mentre le tarsie erano in avorio, lapislazzuli, vetro e ceramica.
Dei mobili usati dagli antichi Greci rimane traccia su vasi dipinti, monete e bassorilievi dove compaiono divani, tavolini e “troni” ove sedevano gli dei e i personaggi più importanti.
Ai greci si deve l’adozione della sedia: un oggetto elegante e funzionale, una via di mezzo tra il semplice sgabello e il pomposo trono.
Dai mobili greci derivano quelli etruschi e romani. I Romani fecero grande uso di mobili in legno, per quanto nelle case dei più ricchi vi fossero mobili in bronzo, in osso e in avorio; il letto era uno degli elementi più importanti dell’arredo domestico mentre prende forma l’armadio ad ante: gli scavi di Pompei hanno restituito mobili in legno, vimini e tavolini in bronzo con piano in marmo.
Anche nel Medioevo il mobile in legno, robusto e dalle forme elementari, rimane a lungo uno dei pochi elementi dell’arredo nelle case comuni, mentre per le corti ed i grandi monasteri vengono confezionati troni molto elaborati, cofani, reliquari, ecc. con legni pregiati, marmi e avorio.
La semplicità e la frugalità che caratterizzarono la vita nel Medioevo e la precarietà per le lotte e le insidie di ogni genere non favorirono la produzione di arredi domestici tali da essere conservati con particolare riguardo perché giungessero sino a noi.
Ben poco, di questi tempi ormai remoti è giunto ai nostri giorni. Gli esemplari  documenti di arredi medioevali ci sono noti in massima parte grazie alle testimonianze visive reperibili nei pur numerosi codici miniati originariamente custoditi nelle biblioteche abbaziali o grazie ad affreschi coevi, sovente lacunosi.
Intorno alla metà del XII secolo le attività commerciali ed edilizie iniziarono a rifiorire contribuendo alla formazione di poli cittadini di portata significativa. Fu per l’Europa il primo risveglio da un letargo che perdurava fin dal crollo dell’Impero Romano, nel lontano 476 d.C.
Le arti decorative, e con esse il mobile, seguirono passo passo lo sviluppo dell’architettura, sviluppando una certa eleganza formale che in breve portò la mobilia a meglio definirne e differenziarne la funzione specifica di oggetti d’uso.
Tra il XII e il XIII secolo sono i soli contesti chiesastici ad avere i propri arredi  integralmente lignei e in buona parte strutturati nelle tipologie perpetuate fino ai giorni nostri: nelle basiliche e nelle cattedrali si potevano ammirare pulpiti e cattedre spesso di dimensioni monumentali, cori nè mancano panche, sedili e grandi credenze porta paramenti.
Le biblioteche sono affollate di tavoli e armadi preposti alla custodia delle pergamene o di codici miniati.. Sono tempi che produssero mobilia dallo stile severo: struttura verticalizzante ma di forma pulita e lineare, ingentilita da lievi decori .
Tra la fine del XIV e la prima metà del XV secolo trovò diffusione (e fu un fenomeno specificatamente italiano) la tecnica dell’intarsio mediante utilizzo di tessere lignee disposte a effetto geometrico. Sebbene questa tipologia ornamentale sia nota come tarsia alla certosina, deve con ogni probabilità la sua origine ad artigiani moreschi attivi in Spagna, poi costretti a emigrare in Italia e più probabilmente in terra lombarda.  Dapprima trovò impiego nell’arredo ecclesiastico, per poi diffondersi anche alla committenza profana,  presso la quale fu di gran moda fino alla fine del XV secolo.  L’arte dell’intarsio in questa fase storica è ravvivata dai soli effetti chiaroscuro che si ottengono dalla disposizione alternata di legni chiari e scuri, con ombreggiature poi rifinite a tecnica pirografica (annerendo il legno con un ferro rovente).
La mobilia gotica è caratterizzata da una struttura massiccia, con parti lignee tagliate a forte spessore. I legni utilizzati furono generalmente il noce, la quercia, il castagno, allora reperibili in grande quantità, tagliati in luna calante e stagionati a lungo, espedienti che limitavano l’insorgere di tarlo attivo.
Le diverse parti lignee vengono assemblate da incastri a coda di rondine o trattenute da chiodature lignee o più raramente con utilizzo di chiodature ferree (a testa quadra irregolare).  Il mobile infine è lucidato con olio di lino e cera.
Con l’avvento dell’Umanesimo e il diffondersi della cultura umanistico-rinascimentale, oltre alle mutate condizioni socio-economiche, che consentono ad un nuovo strato sociale, quello della borghesia mercantile, di emulare i fasti dell’aristocrazia, si dà una nuova spinta alla produzione lignea nell’arredo, che risulta quindi intriso di valori classici, che si esprimono in primo luogo nell’adozione della metrica architettonica che già fu propria del mondo greco-romano.
Compaiono forme geometriche lineari, contenute, con snelli cornicioni modanati su cinture ancora prive di cassetti, magistralmente bilanciate da basamenti a predella compatta e centinata. In un primo tempo la mobilia si veste di cornici lievemente centinate a riquadrare ante e lesene, solo in un secondo momento adotta nei cornicioni ornati a dentello o a ovulo e veste di elementi stilizzati lesene e pilastrate con capitelli e plinti a racchiudere motivi a colonna scanalata.
si mantengono le tarsie alla certosina poi originarono l’intarsio pittorico.
All’ornato a intarsio ben presto si affianca la presenza di decori a pastiglia dorata (tecnica nota fin dalla fine del Trecento).
Modellata a mani libere o entro appositi stampi. Questo tipo di ornato, composto da un miscuglio di gesso e colla una volta lavorato a piacimento veniva dorato e brunito. La pastiglia si prestò con grande successo a reintrodurre elementi ornamentali a basso rilievo, tecnica scultorea che intorno al 1470-80 ritornò in auge anche a intaglio, sulla scia di mode veneziane, e fu preambolo indispensabile alle fortune che questa tecnica conobbe nel rinascimento.
La mobilia di questo periodo conosce un più esteso utilizzo di varietà lignee: noce, quercia, rovere e anche castagno, olmo, pioppo, abete, larice, leccio, cipresso. A partire dal 1450-60, si diffonde l’uso di tornire la mobilia.
Il mobile rinascimentale italiano fiorì in Toscana e a Venezia e fu “importato” in Francia, grazie a quel grande cantiere che fu la reggia di Fontainebleu,
Il tavolo “a fratina” (due solide gambe raccordate da una traversa che reggono una mensa rettangolare) già in uso nel Medioevo, si arricchisce di cornici, fasce e bassorilievi, le sedie sono fornite di imbottitura fissa, il letto perde le predelle perimetrali mentre persistono le quattro colonne che reggono il baldacchino. Si assiste ad una ricca produzione di stipi decorati “a bambocci” cioè con busti e figurette.  La mobilia in generale assume forme architettoniche, proporzioni perfette, si orna di decori desunti dall’iconografica greco-romana. Sostegni e piedi scolpiti a foglia d’acanto o a zampa di leone, il tutto riccamente impreziosito da doratura a foglia aurea.
Se il seme del nuovo germogliò a Firenze, in breve tempo maestranze itineranti toscane ne divulgarono l’esperienza nelle Marche, in Umbria e verso la fine del Quattrocento anche in area veneta, emiliana e lombarda
Per tutto il periodo noto come Manierismo (1520-1630) si accresce il gusto per le forme inusuali e per i materiali preziosi, per soggetti desunti dal mito classico o da fonti letterarie: : le gambe dei tavoli emergono a forte aggetto scultoreo in forme antropomorfe, armadi, letti e cassoni presentano figure di mascheroni con effetto a tutto tondo, arpie, cariatidi, e altre immagini figurate.

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E ancora dentelli, ovuli, foglie d’acanto, cornucopie, festoni, putti, rosette, medaglioni, erme, conchiglie. Il paradigma nostrano di maggior evidenza è costituito dalla produzione ligure del secondo Cinquecento, il cui esemplare più tipico, lo stipo a bambocci, presenta pilastrate interamente ricoperte da figurine ad altorilievo o a tutto tondo.
Il Manierismo fu il naturale bacino che permise al Barocco di diffondere le sue linee mosse e sovraccariche, anche se il passaggio dall’uno all’altro non fu nè univoco, nè repentino, e solo intorno al terzo decennio del Seicento si può osservare il definitivo tramonto della lezione cinquecentesca.

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Anche lo straordinario stipo  qui illustrato, denuncia numerose caratteristiche manieriste: basti osservare le creature presenti su ciascuno spigolo, col loro collo allungato sopra una base a cartoccio terminante  zampa di leone, e riflettere sullo strano aspetto generale che ricorda  le bizzarre opere di Giuseppe Arcimboldo (1530- 93) e i suoi “ritratti” composti da frutta, uccelli e animali accorpati.
Fra i pezzi creati all’inizio del Cinquecento, c’erano armadi o stipi a due piani ed ad ante ,  destinati a sostituire quelli a giorno con mensole. Gli sportelli di questi mobili fornivano oltre a tutto  ampi superfici atte ad accogliere vari motivi ornamentali. Il legno di noce cominciò ad essere preferito a quello di quercia , grazie alla variabilità delle venature e del colore, e anche alla sua lucidità particolarmente apprezzata dagli intagliatori.
Nel Seicento si accentua l’enfasi decorativa del tardo Rinascimento e del Manierismo e si avvia il cosiddetto Barocco: prevale l’elemento tornito e la pesante cornice mentre si fa grande uso di impiallacciature e tarsie. Grazie alla grande diffusione del libro a stampa, le librerie entrano a pieno titolo nell’arredo domestico e prende forma il divano, prima di allora praticamente sconosciuto. Per quanto concerne il mobile, nacquero capolavori insuperati prodotti con materiali pregiatissimi. Il barocco è il secolo dell’illusionismo: lacche e tempere magre affollano mobili e apparati d’arredo per imitare con la marezzatura effetti di venature marmoree o giochi di venature di radiche pregiate.

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Se il mobile profano conosce la sua epoca aurea, la produzione ecclesiastica non è da meno: cori, cattedre, canoniche, pulpiti, bussole e casse armoniche conoscono una ricchezza senza pari. La chiesa in questi anni introduce due nuove tipologie: l’inginocchiatoio e il confessionale.
Questa fase artistica conobbe lunga durata. Lo stile Luigi XIV, benché abbia vita a sè stante, può a pieno titolo essere considerato come la germinazione più autorevole dello spirito che animò il Barocco.  Il Settecento, oltre ai tradizionale componenti d’arredo (il letto, il cassone, l’armadio, ecc.) offre una grande varietà di mobili “nuovi” dettati da più raffinate esigenze funzionali; vengono infatti costruiti scrittoi, angoliere, console, comode poltrone, trumeau, commode e cassettoni, che sembrano abbandonare l’enfasi e la solennità seicentesca per indirizzarsi verso dimensioni di maggiore intimità. Data la grande importanza e la spiccata caratterizzazione dei mobili creati per la corte di Francia, gli stili prendono il nome del re Luigi .
Nella seconda metà del secolo, anche per effetto di una riscoperta del mondo classico, si torna ad una sobrietà di linee e di colori. Ebanisti e intagliatori furono molto richiesti e ben pagati in questo secolo; l’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert documenta molto bene le botteghe dei maestri falegnami e degli ebanisti.
Per quanto riguarda strettamente gli arredi lignari, in linea con la grandeur del sovrano Luigi XIV, i mobili e in generale gli arredamenti presentavano una calibrata mescolanza di barocco e di classicismo, di gusto italiano e francese, non senza influenze mutuati dalle fiandre. Frequenti erano gli intagli, le dorature, gli intarsi in legno pregiato, le applicazioni in metallo e tartaruga, secondo un repertorio ornamentale che comprendeva racemi vegetali, ghirlande, volute, conchiglie, mascheroni, grottesche, foglie d’acanto, ecc.
Tra i mobili di ebanisterie (ovvero intarsiati o impiallacciati), un posto di riguardo spetta al cabinet, spesso in ebano, avorio, lacca, incrostato di metalli e pietre dure, grande diffusione conosce la commode e il bureau. Una novità è la cosiddetta scrivania mazzarina (o più precisamente bureau à gradin), a otto gambe generalmente a balaustro raccordate da crociera sagomata. Tra la produzione a menuiserie (ovvero a intaglio) si cita il gueridon, la console, il pied de table; tra i sedili il pliant, di antichissima origine nelle caratteristiche gambe dai sostegni a X e il tabouret, sgabello destinato a corte alle dame dell’alta aristocrazia.

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In Italia, la mobilia realizzata sotto gli influssi delle mode diffuse nella Francia del Re Sole, trovò larga eco, sebbene il retaggio dello stile barocco romano mai fu completamente sedato. Il secondo Seicento fu per certi versi l’epoca aurea dell’aristocrazia italiana e fu peraltro propizio anche alla ricca borghesia mercantile che aspirava al patriziato: a tal fine furono spese autentiche fortune per conferire alle proprietà immobili quel grado di solennità consono (e necessario) per onorare tale privilegio di sangue, in più casi dunque tra il Sei e il primo Settecento si produssero arredi aggiornati alle tendenze d’oltralpe, ma ancora consoni alla scenografia barocca.
Protagoniste dell’arredo di questo tempo le immancabili consoles e le imponenti specchiere destinate a dilatare gli spazi, specchierine in miniatura (le caratteristiche ventoline), destinate alla piccola luminaria quotidiana o ad accrescere quella dei grandi lampadari accesi nei giorni di festa e ancora sedie, divani e poltrone di rappresentanza (in gran numero). Alle pareti era sempre disposta la miglior quadreria di cui la famiglia potesse dar sfoggio, naturalmente i dipinti erano esposti entro cornici a cartocci dorati. Mancavano nelle grandi sale tavole o altra mobilia che fosse d’eventuale intralcio alla danza o alla conversazione. Tuttavia il tavolo è ormai presente nel nuovo arredo palaziale seicentesco, che a differenza dei secoli precedenti ha trovato nella sala da pranzo definitiva collocazione, collocato in genere vicino a una coppia di credenze.  Sul finire del secolo bureau e trumeau ornavano camere da letto e sale intermedie, mentre i canterani, in gran numero, avevano finito per sostituire un mobile il cui lungo stato di servizio era ormai entrato in disuso: il cassone.

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Al suo posto, lungo le sale o i saloni e disposte negli interminabili corridoi dell’abitazione signorile fanno bella mostra di sè cassapanche o credenze scantonate, il più delle volte laccate . Pur nella minor ricchezza tipologica che caratterizza la coeva produzione francese, anche nell’Italia d’allora si assiste a un proliferare di nuova mobilia, dal comò mosso a balestra, a scrivanie di varia foggia, dalla Mazzarina alla San Filippo, si è inoltre diffusa la libreria, che condivide gli spazi con la credenza a doppio corpo, destinata a custodire sotto chiave i documenti meno accessibili alla numerosa servitù. Ebbene, ognuno di questi arredi mostra i segni dei tempi nuovi: sedie, tavole e console hanno piani o sedute lievemente sagomati, le gambe sono del tipo “a balaustro”, e sempre risultano raccordate da crociere movimentate a osso di montone. Dalle cimase di specchiere, ventoline, divani svettano motivi a intaglio nastriformi o a stilizzazione floreale, sempre rigidamente a stesura simmetrica, che talvolta sembrano conchiglie, o luminosi raggi solari o forse ancora lambrecchini, analoghi disegni si ritrovano nelle grembiuline di console, di sedili e finanche di bureau o di letti di particolare pregio.
Il motivo della mossa a linea spezzata domina incontrastato, su arredi destinati a qualsivoglia funzione e se il mobile è di pregio si può star certi che è in massello di noce di selezionata qualità o è lastronato a vista con radiche pregiate, ben disposte a effetto speculare, che in taluni casi sono intarsiate in forma floreale con essenze di acero o giallo paglierino, se non già ammantate da incrostazioni in avorio.
La mobilia di questo periodo, se di rappresentanza, è vistosamente dorata anche e fino a spessori detti “a buccia di patata”, o laccata (se di struttura in legno povero), se destinata a rango sociale elevato è di norma vestita da radiche e in taluni casi rifinita a intarsio. Verso la fine del Seicento le forme accentuano movimentazioni curvilinee “a balestra” e tendono a scantonarsi lungo i lati delle pilastrate, le forme sono in ogni caso ancora di rilevante ingombro volumetrico, peraltro adatte a grandi spazi abitativi, con alti soffitti a cui devono necessariamente uniformarsi.

Dal primo quarto del Settecento in avanti le forme si fanno più raccolte, sempre più spesso la doratura è a foglia d’argento meccata. Gli incastri di parti montanti e in particolare nelle vasche dei cassetti diventano a doppia o a tripla coda di rondine. Il piede, può assumere la caratteristica foggia “a prosciutto” o continua genericamente la forma “a balaustro” o persiste nella tipologia a mensola sagomata, detta anche “a ciabatta”.
In ultimo, è bene considerare che in Italia si continuò comunque per tutto il Seicento a produrre arredi lignari nelle forme lineari e tradizionali già codificate fin dal lontano primo Rinascimento: manufatti di sobria eleganza e di solida costruzione. Tra le poche concessioni che la mobilia di questa tipologia concede alle lusinghe del barocco, si riscontra l’applicazione di bulle o borchie in ottone, particolarmente diffuse in area emiliano-romagnola.
Il periodo che va dagli Anni Quaranta-Cinquanta del Settecento agli Anni Venti-Trenta dell’Ottocento  comprende una prima fase propriamente definibile di Stile Luigi XVI. Solo in un secondo momento, con il maturare delle mode archeologiche, si formula e si codifica una nuova visione della civiltà d’arredo ascrivibile allo Stile Neoclassico. Nei fatti, entrambe le tendenze convivono all’unisono fino agli ultimi anni del Settecento.
A pieno titolo, in ambito di ebanisteria, rientrano nell’epoca neoclassica anche gli stili Direttorio e Impero.

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In realtà lo stile Luigi XVI precede di molti anni l’avvento al trono del sovrano da cui deriva il nome, i suoi inizi datano intorno al 1765. E’allora che trova sempre maggiore consenso un arredo improntato a un gusto più semplice e sobrio, anche se sempre di raffinata esecuzione e attento ai più minuti dettagli, caratterizzato per il rigore geometrico dell’ornato e per la nitidezza dei volumi.  In Italia, lo stile Luigi XVI trova naturale diffusione, e anzi si potrebbe dire che dà luogo a una tipologia del tutto peculiare. La mobilia tende nella norma fin dagli anni Sessanta-Settanta ad adottare struttura lineare e solo nell’apparato decorativo (di norma risolto a intarsio) denuncia attardamenti che rimandano ancora a mode di epoca rocaille.
Di preferenza si ama utilizzare legni a colorazione bruno-chiara, come il ciliegio e in generale le lastronature di frutto: si predilige demandare all’intarsio o alle filettature effetti chiaroscurali di maggior contrasto tonale, per i quali viene frequentemente utilizzato il bosso, il noce, il palissandro o il bois de rose. Campania, Toscana, Emilia e Lombardia sono le regioni che riescono a esprimere un’elevata scuola d’ebanisteria, che in taluni casi assurgono a fama europea, con artisti destinati a legare il proprio nome alla storia dell’arte, si pensi all’esempio di Giuseppe Maggiolini. Il Luigi XVI italiano rimarrà sempre legato alla produzione di complementi d’arredo specificatamente orientati alla tipologia a intarsio. Si tratta di mobili di dimensioni ben proporzionate, sorretti dalle caratteristiche gambe a piramide troncoconica (detta anche “a spillo”), vestiti da lastronature ancora a forte spessore e dalle specchiature del piano, dei fianchi e dei pannelli centrati da eleganti decori a valenza geometrica o di più elaborata iconografia archeologica, dove l’intaglio solo raramente giunge a lambire parti come le pilastrate o la grembiulina. La mobilia di maggior diffusione è la comode e il tavolo-consolle.

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L’Ottocento conosce una varietà di stili e di mobili che non ha precedenti: lo stile Impero, lo stile della Restaurazione, il Luigi Filippo, lo stile Neogotico, quello Neorinascimentale, l’Eclettico il Moresco. Tanta ricchezza di stili tra loro diversi sembra nascondere una grave povertà di idee, tanto che la vera novità del secolo non sta in uno stile ma nel rivoluzionario modo di concepire, progettare, costruire e commercializzare il mobile stesso: alla vecchia bottega artigiana con maestro e gli apprendisti, si affiancano le prime officine e le prime fabbriche di mobili al cui interno si impone una sempre maggiore divisone del lavoro: c’è chi progetta (nasce così il design) chi intaglia, chi curva il legno a vapore, chi si occupa della pubblicizzazione e della commercializzazione dei mobili.  In particolare il mobile di stile impero si presenta solido e maestoso, e vanta proporzioni sempre armoniose e sapientemente equilibrate, di norma in radica o massello di mogano, con superfici di norma spoglie da altre essenze lignee. Le consoles continuano a godere di immutata fortuna, ma si prediligono forme strette e allungate, e nel contempo si impone al pubblico la nuova tipologia a mezzaluna. Le commodes conoscono diffusione capillare e rispetto alla mobilia di epoca neoclassica si è altamente differenziata, per ospitare lungo le pilastrate colonne ebanizzate a emiciclo o a tutto tondo, incamiciate entro capitelli di stile dorico, prolungano l’intera cintura rispetto al filo dei cassetti inferiori, e montano caratteristici piedi a plinto fasciato, detti anche “a zampa da elefante”, un piede che insieme alla tipologia “a zampa ferina”, “a triclinium” o “a mondo lambito da artigli d’aquila”, costituirà l’intero organigramma dei sostegni di epoca Impero. Spesso i mobili montano piani in marmo italiano o in granito belga.
Fra i complementi d’arredo di dimensioni contenute la toilette conserva la foggia a console già introdotta in periodo Direttorio e la psiche diventa un elemento d’arredo immancabile presso le nuove classi sociali di potere, insieme all’arpa, che da strumento musicale si arricchisce di valenze di così alta ebanisteria da poter essere considerata a tutti gli effetti un mobile.
Le scrivanie incontrano diffusione capillare, di norma sono del tipo a bureau plat, ma si diffonde una nuova tipologia – peraltro prediletta da Napoleone – detta bureau méchanique, munita di un largo ripiano che si apriva a scatto, sostenuto da due solidi corpi laterali . I letti svolgono una funzione coreografica di primo piano, in ogno caso sono del tipo con il lato lungo appoggiato alla parete della stanza. Tipici del periodo sono i letti “en bateau”, a doppie testiere laterali diritte o sagomate “a tulip” oppure del tipo detto “lit à l’antique”, dotato di un’unica testiera. Ai lati del letto fa la sua comparsa il “somno”, un tipo di tavolino eseguito di norma nella stessa essenza lignea del letto e munito di piano marmoreo e adorno di fregi bronzei e iscrizioni dotte.
Nella nostra penisola per tutto il primo quarto dell’Ottocento si continuò a vestire gli scheletri dei mobili con lastre di radica (in noce e solo di rado in mogano), per inadeguatezza tecnica i tagli lignari continuano ad essere effettuati con seghe ad acqua o manuali, le schiene continuano ad avere fasciame ad assicelle verticali, le serrature sono ancora del tipo a ferro forgiato, con scatola larga e serrata, le guarnizioni metalliche sono in ottonella stampata entro calchi lignei e poi rifinite a mano e lievemente lumeggiate a oro, di gran lunga meno costose delle preziose finiture francesi.
Nondimeno la mobilia realizzata in Italia è comunque di ottima fattura, e in taluni casi si segnala per qualità elevata, come nei casi di Lucca , di Parma e Piacenza.    Con il Congresso di Vienna, si restituisce in Francia il trono al legittimo rappresentate della monarchia, che era stata allontanata e in parte annientata con la Rivoluzione. Spetta il regno a Carlo X, fratello di Luigi XVI.
L’arredo in auge in questo breve periodo storico si segnala per la tendenza morigerata, quasi borghese che ne contraddistingue gran parte della produzione.
Quasi per una necessitante antitesi politica, l’arredo ora muta completamente impatto coloristico, come per meglio sottolineare il mutato clima sociale, che vuole cancellare ogni memoria storica legata al bonapartismo. Trionfa l’introduzione di arredi inclini a utilizzare materiale lignario chiaro come l’acero e il frassino, il satin, il tasso, il platano o il limone in evidente contrapposizione alle colorazioni scure di cui fu portabandiera in epoca Impero il mogano. Anche il repertorio decorativo così caro a Napoleone I di forniture metalliche bronzee diventa improvvisamente obsoleto e compromettente, e gli viene preferito l’intarsio con essenze scure come il palissandro, il sicomoro, l’acajou, l’ebano e l’amaranto, sempre felicemente disposto in ossequio a formulazioni di richiamo archeologico, ma di più stretta osservanza geometrica e astrazione formale, che peraltro creano indubbie e felici alternanze cromatiche con la veste lignaria dello scafo del mobile.
Nei sedili si diffonde lo schienale a gondola, i piedi cessano di essere a forma ferina o ad artiglio in favore di soluzioni a mensola, a ciabatta o a rocchetti torniti, quet’ultima formulazione fu tipizzante di questo stile e conobbe poi larga fortuna per tutta la seconda metà del XIX secolo. I braccioli sono a voluta o a doppia voluta, o ancora a collo di cigno.
Nei letti la tipologia “à méridienne” è di gran moda, e monta capezzali di altezza ineguale, il letto “en bateau” con le testiere sagomate a tulipano conosce una fioritura senza eguali. I guéridons si moltiplicano acquistando sempre maggiori dimensioni e montano piano in marmo, in vetro, a specchio o in porcellana. Si crea una vasta gamma di tavolini multiuso: i travailleuses, i écrans-pupitres, i vide-poches, i nécessaires. Oltre alle commodes con la cintura sempre sagomata in forma di tulip (in Italia detti anche comò alla cappuccina) si diffonde una nuova tipologia di cassettone, con il cassetto di testa a calatoia amovibile che disvela l’interno a cassettiera estraibile.
Tra i motivi ornamentali a intarsio di essenze scure si notano viticci, foglie, palmette, acroteri, ghirlande, rosoni, cornucopie, mentre scompaiono del tutto allegorie mitologiche o militari. In Italia questo stile sortì esiti del tutto insignificanti.

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