Chi dice Murano dice vetro. Almeno dal 1290, da quando cioè la Serenissima repubblica dispose di trasferire sull’isola tutta la produzione per evitare lo scoppiare di incendi in Venezia qualora una fornace avesse preso fuoco. Da allora Murano ha legato la sua esistenza a questo materiale. Il vetro come lo conosciamo noi ha origine nell’antico Egitto ed è sviluppato dai Romani ma perché proprio Venezia è destinata a diventare la capitale europea del vetro non è dato sapere.
art_3730_XLAnzi, le lagune medievali sembrano il luogo meno adatto per sviluppare questo tipo di lavorazione: manca la legna da ardere per alimentare le fornaci, la materia prima, la silice, bisogna importarla, eppure si fanno fuoco e fiamme per ottenere questo materiale. Probabilmente alla base di tutto ci sono i mosaici; Venezia preferì svilupparsi come provincia bizantina, le sue chiese più importanti non riprendono tanto il modello degli edifici romanici dell’entroterra quanto piuttosto lo stile di Costantinopoli e di Ravenna. Più che probabile quindi che la produzione inizi proprio con le tessere del mosaico e più che probabile che i primi artigiani del vetro fossero monaci benedettini. Sappiamo infatti che il 20 dicembre 982 il Doge Tribuno Memmo dona ai monaci la Chiesa e l’isola di San Giorgio, giusto dirimpetto a Piazza San Marco. Tra i nomi di cittadini insigni chiamati a testimoniare l’evento c’è quello di un tale Domenicus Fiolarius, ovvero fabbricante di fiole, bottiglie. Questo ci dice due cose: che il vetro si lavorava e che si soffiava. Questa è la prima citazione scritta di un vetraio a Venezia. Ce ne sono altre due, una nel 1087 che riguarda di nuovo il Monastero di San Giorgio, tra i testimoni di un’ulteriore donazione viene citato un tale Petrus Fiolarius, nome che si ripete in un altro documento del 1090. Se facciamo un balzo in avanti, da statuti marittimi e da contratti commerciali sappiamo che nel Duecento le navi veneziane provenienti dal Medio Oriente caricavano rottami di vetro come zavorra e da un capitolare del 1271, si viene a conoscenza dell’organizzazione corporativa del settore produttivo di questo materiale.
Si distinguono alcune categorie: padroni di fornace, maestri e operai. Alla prima possono appartenere soltanto i cittadini del Dogadum, cioè la sottile striscia di litorale che va da Grado a Cavarzere che costituisce il territorio primigenio della Repubblica di San Marco. Sappiamo anche che i fiolari possono bruciare legna di ontano e di salice ( per qualità diverse dovevano fare richiesta ) e che l’anno lavorativo è stabilito in sette mesi continui, per dar modo di restaurare o sostituire le fornaci nei cinque di riposo. Nel 1290 i produttori sono obbligati a concentrarsi sull’isola di Murano in botteghe affacciate a una fondamenta oggi denominata ” Vetrai ” e nel 1295 si vieta l’emigrazione per evitare lo sviluppo di attività concorrenziali all’estero, ma questo divieto rimarrà nella sostanza disatteso come si desume dal fatto che nel corso dei secoli le pene verranno via via sempre più inasprite fino ad arrivare alla detenzione dei familiari dei vetrai emigrati e all’omicidio mirato da parte dei sicari degli Inquisitori di stato, come accadrà a Parigi nel 1667.
Forno-Murano1Nel Trecento la figura del maestro vetraio assume una notevole rilevanza sociale, tanto importante che ai patrizi è concesso di sposare la figlia di un vetraio senza che la loro prole perda le prerogative nobiliari. Nel 1383 l’arte del vetro è dichiarata nobile; alla fine del Medioevo risale anche lo statuto ( Mariegola ) dell’arte dei vetrai, promulgato nel 1441 e nello stesso secolo, attraversandone tutta la prima metà, vive a Murano uno dei personaggi più illustri della storia del vetro muranese: Angelo Barovier. E’ lui che si inventa il vetro trasparente (detto cristallo ma senza esserlo, possiede solo lo stesso colore del cristallo di rocca), ottenuto utilizzando manganese del Piemonte come decolorante, ed è sempre a lui che vengono attribuite le tecniche con cui ottenere il calcedonio, un vetro multicolore simile alle pietre dure. Il pezzo più famoso conservato al Museo vetrario di Murano è una coppa nuziale di vetro blu e smalto della metà del XV secolo detta appunto “coppa Barovier” ed è attribuita proprio ad Angelo Barovier. Alla sua morte, nel 1460, la vetreria passa ai figli e a Marietta, sua figlia, raro esempio di donna vetraia a Murano e madre di una delle lavorazioni più note del vetro muranese: la rosetta o murrina, già nota ai tempi dei Romani ma poi andata perduta. Le perle colorate riscoperte da Marietta avranno nella storia non poca importanza: saranno la moneta di scambio con cui i mercanti bianchi pagheranno gli schiavi dell’Africa nera, per questo prenderanno il nome di “conterie”: perché si contavano, erano denaro. Sappiamo anche che era lagunare l’origine della collana che Hernan Cortez porta al collo quando nel 1519 giunge al cospetto di Montezuma. Lo spagnolo si sfila le colorate murrine e le porge all’imperatore azteco, il quale gli dà in cambio due collane di pregiate conchiglie rosse, da ognuna delle quali pendono otto gamberi d’oro lunghi ciascuno una decina di centimetri ( ci si potevano comperare tutte le fornaci di Murano, con quelle collane ).
Sempre quattrocentesco è il lattimo, un vetro bianco latte che imita la porcellana cinese, al tempo rarissima e preziosissima, mentre si sviluppa la produzione di specchi e di un oggetto per cui il vetro trasparente ottenuto da Angelo Barovier è assolutamente indispensabile: le lenti per occhiali. Fino ad allora erano fatte di cristallo di rocca ma erano costosissime, la produzione in vetro ne abbatte il costo. Non si sa se le lenti usate da Galileo Galilei per costruire il suo cannocchiale fossero state prodotte o meno a Murano ma insegnando lui a Padova è molto probabile che lo fossero. Per tutto il Cinquecento l’Europa si riempie di vetro di Murano che molti si possono permettere, almeno nella forma di perlina colorata. Il XVI e la prima metà del XVII secolo sono i periodi di massima diffusione e splendore della produzione veneziana: Murano diventa l’indiscussa capitale del vetro.
Il Seicento è anche il periodo di massima espansione della produzione di lastre, sia bianche, sia colorate. Ma è proprio questo ruolo di primo piano a suscitare appetiti; in mezza Europa, ma anche in Persia e persino in Cina ci si mette a sfornare vetri alla moda di Venezia. Inizia anche la forte concorrenza Inglese, dove si produce cristallo all’ossido di piombo, meno lavorabile del vetro veneziano, ma con un maggior grado di rifrazione della luce. Nel 1680 si afferma sul mercato il cristallo Boemo, con potassio e calce, anziché soda e piombo, eccezionalmente adatto all’intaglio e all’incisione profonda. Inoltre la Francia di Luigi XIV sottrae a Venezia il monopolio nella produzione degli specchi. Nonostante i tentativi, anche violenti, di ostacolare la concorrenza, la diffusione oltralpe della lavorazione del vetro è ormai incontenibile.
murano-vetroLa fine del monopolio, per quanto grave, non è però il fattore determinante della crisi muranese, infatti la produzione di specchi continua per tutto il XVIII secolo. Ciò che veramente mette in ginocchio il vetro di Murano è il cristallo di Boemia.
All’inizio del Settecento la sorte dell’isola sembra segnata. A ribaltare la situazione è Giuseppe Briati che verso il 1740 avvia la produzione di vetro “all’uso di Boemia”, riprendendo tecniche quattro-cinquecentesche. Murano da imitato diventa imitatore e il successo è enorme. I muranesi lo contrastano e Briati chiede di trasferire l’attività a Venezia, cosa che gli viene concessa. Oltre a riprendere la produzione di lattimi e calcedoni si inventa i ” trionfi da tavola ” e soprattutto si mette a fabbricare le “ciocche” ovvero i grandi lampadari dai molti bracci, con foglie, frutti, colorati o in vetro trasparente. Alcuni di quegli esemplari si possono ancora ammirare oggi, per esempio a Cà Rezzonico, e ancora oggi si producono lampadari di quel tipo. Ma arriva il 1797 e la fine dell’ultramillenaria Repubblica, nel 1806 vengono sciolte tutte le corporazioni, vetrai compresi, e la produzione cessa, con l’eccezione delle perle di vetro. Qualcosa ricomincia a muoversi nel 1830 grazie ad un antiquario che chiede a vecchi maestri di produrre vetri da spacciare per antichi: gli “zanfirici” che hanno un successo enorme. Tuttavia nel 1850 si tocca il minimo storico, restano solo 19 vetrerie ma ancora una volta una nuova figura, l’abate Zanetti rilancia l’isola. Nel 1861 fonda il Museo vetrario, apre una scuola e introduce una innovazione tecnica per favorire il rialzo della temperatura durante la fusione del vetro; un altro intervento risulta decisivo, quello dell’avvocato Salviati che, abbandonata la toga, si dedica alla vetreria e nel 1867 porta il vetro prodotto sull’isola all’esposizione universale di Parigi e il vetro torna a essere oggetto del desiderio. Nel 1879 viene riportata a Murano la produzione delle murrine e la tradizione riprende. Nel 1921 un altro avvocato, Paolo Venini, fonda una fornace destinata a diventare molto importante. Comincia l’era del vetro artistico al quale presto si affianca la produzione industriale (catarifrangenti, fari per automobili, vetro per la chimica, per usi medici, bottiglie e damigiane). Durante la guerra anche a Murano la produzione viene convertita all’uso bellico con produzioni che continueranno anche dopo la fine della guerra. E’ negli anni cinquanta e sessanta che si ha di nuovo un boom della produzione che rientra in crisi in corrispondenza della crisi più generale dell’economia italiana che dagli anni settanta, con alti e bassi, non ha più abbandonato il nostro Paese. Nonostante il trascorrere dei secoli il ciclo di lavorazione è rimasto sostanzialmente immutato, anche se modificato e migliorato in alcuni determinanti particolari tecnici. Oltre alla materia prima, la silice, servono sempre forno e fuoco, un tempo ottenuto bruciando legna, importata dall’ Istria e dalla Dalmazia, dopo la Prima guerra Mondiale sostituita dal carbone e dalla nafta, dal 1952 dal metano, tuttora utilizzato. Il vetro è una creatura notturna: cova per lunghe ore e mentre la luna ammanta d’argento i tetti e i canali di Murano la fiamma nei forni arde fino a fondere nei crogioli quell’ammasso informe di sabbia e cocci di vetro, fino a farlo diventare una pasta incandescente, pronta a sottomettersi al volere delle mani sapienti del maestro. A vederlo prima che entri nel forno il vetro non è un granché: un ammasso formato al 70% da sabbia (oggi importata da Fontainbleau, nella regione di Parigi), 20% di soda, calce, qualche altro componente minore e gli ossidi metallici che servono a dare il colore: ossido di rame per il rosso classico, il “rubino all’oro”, aggiungendo selenio e solfuro di cadmio si ottiene il rosso imperiale; foglia d’oro per il cristallo oro e cobalto per il violetto…
vetro-murano1Il tutto deve essere accuratamente mescolato e trasferito nei crogioli che a loro volta vengono inseriti nei forni, già portati alla temperatura di 1400 gradi. A lavorare davanti alla fornace è la cosiddetta “piazza”, più o meno immutata da svariati secoli, formata da un minimo di tre a un massimo di sei persone: il maestro e i serventi. E’ dall’arte del maestro e dei suoi aiutanti che nascono i più svariati prodotti, vasi, lampade, lampadari, bicchieri e tutto ciò che la fantasia suggerisce. Possedere un oggetto di Murano ha un significato che va ben al di là della sua acquisizione; sapere come nasce, da dove arriva e cosa rappresenta all’interno di questa catena, significa possedere la Storia. E questo non ha prezzo.
Oggi purtroppo alla crisi industriale si somma quella commerciale. La produzione delle fornaci viene venduta soprattutto fuori Murano, mentre alcune delle cosiddette ” sale “, piene di vetri coloratissimi e con una piccola fornace dimostrativa, ingannano i turisti spacciando per locali vetri in realtà prodotti in Cina. Sono stati gli stessi muranesi ad inaugurare la via della Cina, parecchi anni fa, dopo aver percorso quella dei vetri prodotti a Empoli prima e nell’Europa centrale poi, scoprendo che si potevano realizzare guadagni strepitosi. Salvo poi rimanere travolti dalla loro stessa intraprendenza commerciale, oggi infatti quella cinese ha assunto i contorni di una vera e propria invasione, con i disonesti che appiccicano etichette ” Murano ” sui vetri orientali e gli onesti che non riescono a far apprezzare la propria produzione.